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  5 maggio 2000
 

Noi, nel futuro dei Balcani. Il frutto di investimenti e scambio di culture

I rapporti tra le due sponde sino al 2005 nel forum Svimservice che ha inaugurato Tecnorama

(Bari) - Si guardano dalle opposte sponde dell'Adriatico, l'Italia e i Balcani, separati da una lingua di mare ma destinati ad integrarsi. Ne è convinto Francesco Divella, commissario straordinario della Fiera del Levante, che con quest'auspicio ha salutato il folto pubblico intervenuto alla Cerimonia inaugurale di Tecnorama 2000 ed ha aperto i lavori del Forum "Balcani 2005", svoltosi presso la Fiera del Levante. Una cornice consona, visto che, afferma Divella, "la Fiera è impegnata in una difficile operazione di innesto fieristico proprio in Albania, che spera poi di riproporre in Macedonia, Montenegro e Bulgaria".

Particolarmente ben accolto perciò il tema scelto quest'anno per il Forum inaugurale dalla Svimservice Spa, la quale, con la Scuola di formazione svimservice Al Faro, ha promosso la realizzazione di una ricerca previsionale sul futuro dei Balcani, realizzata dalla S3 Studium di Roma L'obiettivo della ricerca, presentata a Bari in anteprima nazionale, era quello di capire come evolveranno i rapporti tra l'Italia e i Balcani sino al 2005, attraverso una serie di quesiti rivolti ad un gruppo multidisciplinare di esperti.

Ad essi - ha fatto notare Giancarlo Di Paola, amministratore delegato Svimservice - "dopo una ricognizione sulle prospettive geopolitiche, abbiamo chiesto di sbilanciarsi circa le opzioni più probabili che riguardano in quest'area il riassetto della struttura produttiva, le opportunità dell'economia immateriale, gli effetti dell'innovazione tecnologica, la riorganizzazione del sistema educativo e i problemi del settore sanitario".

Un compito non facile vista la disomogeneità dell'area balcanica, messa in luce dagli esperti intervenuti al tavolo dei relatori e coordinati da Domenico De Masi. L'approccio al problema, secondo De Masi, deve tener conto da un lato del fatto che si va ad incidere su un territorio ad economia informale, o meglio illegale, e dall'altro del fatto che in Europa il contesto di riferimento è quello del cosiddetto "turbocapitalismo", cioè dell'euforia folle per il mercato e la competitività, che è scattata dopo la fine del comunismo. "Mai - ha detto De Masi - c'è stato un rapporto così succube nei confronti del mercato, che tutto risolve e tutto divora. L'economia si sta mangiando tutto e ciò che non serve economicamente viene scartato. In questo contesto le virtù vincenti sono l'ubiquità e la velocità, ma il problema è che noi italiani siamo appesantiti dalla storia e ciò che sicuramente possiamo vendere sono la nostra capacità emotiva, l'estetica, la capacità di vivere e il tempo libero, finché ne abbiamo".

Passando direttamente dalla geo-politica e dalla geo-economia alla geo-poesia, Predrag Matvejevic, massimo esperto della zona balcanica perché originario di Mostar (Bosnia-Erzegovina), oltre che docente universitario e scrittore, è intervenuto raccontando l'anima segreta dei Balcani, fatta di frontiere incerte, spostate di continuo nel corso della storia, di diversità demografiche in conflitto eterno, metaforicamente collegate a movimenti tellurici endemici di queste terre, della crudeltà della gente e della sua profonda sofferenza interiorizzata.

Disordine, incognite e pericoli emergono dalla ricerca e superano largamente gli aspetti positivi, ha fatto notare Antonio Gambino ritornando sul piano della nuda realtà: "La società seguirà a muoversi per vie informali, che per la loro rapidità sconfinano nell'illegalità e l'incognita più grave è quella legata all'incalzare della criminalità organizzata, al traffico di armi, droga e soprattutto alla prostituzione".

In tutto questo ad aggravare la situazione ci sono le pesanti conseguenze della guerra, che ha stravolto, secondo Gambino, una situazione già di per sé grave ed ha reso instabile e paradossale la situazione politica. Ma paradossale è stato l'intervento stesso che per difendere il diritto alla vita di un gruppo etnico, ha calpestato i diritti umani di un altro gruppo.

Un tentativo per risolvere questa situazione è già in atto, come ha fatto notare Raffaele Gorgoni, con il Patto di stabilità per i Balcani promosso dalla Germania nel '99, cui hanno aderito 56 delegazioni con un piano di investimenti pari a 4 mila 800 mld di lire. Ma il problema è che ai Balcani non si può applicare la formula classica del Fondo monetario: riforme economiche ed edificazione di istituzioni democratiche.

Lo sforzo da fare, secondo Gorgoni, è di connettere il "piano macro" pensato dal patto di stabilità a un "terreno micro", che confina con la geo-poetica: "Aprire anche ai Balcani il progetto Erasmus e favorire lo scambio tra studenti: questo forse potrebbe essere l'inizio: magari si farà qualche autostrada in meno, ma certamente si farà più strada".