Benessere solo in ufficio?
No, in Rete e nella preghiera
di Cinzia Ficco
Stili di vita: una ricerca
che fa discutere
(Bari) - Per i cugini d'Oltralpe sarà così, ma per
alcuni docenti, giornalisti, imprenditori, manager pugliesi,
intervistati da "La Gazzetta dell'Economia", non è affatto
vero che oggi il benessere si trova solo in ufficio.
Certo, nella società dell'immagine, spesso "si è quello che
si fa", come lasciano intendere due sociologi francesi, Christian
Baudelot e Michel Gollac che hanno raccolto 6mila interviste
realizzate in tre anni in un libro, intitolato: "Lavorare
per essere felici", affermando che il lavoro è diventato una
parte irrinunciabile dell'esistenza. Ma non sempre si usa
solo il bigliettino di visita con tanto di ruolo e professione
stampati per presentarsi e conoscersi. C'è ancora spazio per
altro. Soprattutto, c'è ancora la lucidità di guardare al
lavoro, non solo come ad un fine, ma come ad uno strumento.
È il caso di Enrico Pollio, general manager Tubinsud di Bari
che afferma: "II lavoro come pillola della felicità, sì, ma
solo se contribuisce all'autorealizzazione e alla stima personale,
ma di una persona che in partenza ha altri valori. Cioè che
vede nel lavoro la possibilità di interagire con gli altri,
fissare obiettivi e raggiungerli con altre persone".
A fare eco a Pollio, Franco Chiarello, docente di Sociologia
Economica all'Università di Bari, che sottolinea: "È evidente
che nella società occidentale di oggi il significato strumentale
del lavoro tende a prevalere. Lo si considera come un insieme
di compiti, svolti in modo sistematico per un reddito. Tuttavia
la valenza sostanziale e la dimensione espressiva del lavoro,
inteso come attività mirata a riprodurre l'esistenza, non
sono affatto sparite. È, comunque, difficile che il risultato
della combinazione dei due aspetti sia la felicità. Parlerei
di contentezza, come dice il collega Franco Ferrarotti. II
fatto che solo in casi rari (ricerca scientifica o creazione
artistica) il lavoro riesca ad offrire sentimenti di felicità,
non significa che esso non sia una componente significativa
nella vita degli individui. AI contrario, nella società attuale
esso è tanto più importante quanto più scarseggia. Già Hannah
Arendt aveva osservato che in Occidente il lavoro è il perno
della società, ma al tempo stesso diventa sempre più scarso
e si era interrogata su questo paradosso. Quanto più avanza
l'insicurezza, diffusa nella nostra società della piena occupazione,
tanto più il lavoro cessa di essere un veicolo di soddisfazione.
Nello stesso tempo, proprio perché manca, il lavoro acquista
una grandissima importanza, continuando ad essere il veicolo
fondamentale della stabilità psicologica e dell'identità sociale
dell'individuo". Un'impasse da cui si esce, riducendo lo spazio
del lavoro formale, quindi l'orario del lavoro.
Ironica la posizione di Carlo Vulpio, giornalista del Corriere
della Sera, il quale sostiene: "La posizione dei due francesi?
Una sciocchezza. Anche perché al concetto di lavoro, direbbero
gli economisti, è intrinseco quello di penosità, che si può
persino misurare e varia in funzione del grado di soddisfazione
o divertimento che dal lavoro si trae. Alla fine, lavoriamo
perché dobbiamo farlo! Questione economica o di stabilità
psicologica? Tutti e due. Ma la stabilità psicologica è un'altra
cosa. Può saltare se il lavoro non ce l'hai. Ma se ce l'hai
e guadagni abbastanza, il resto, ruolo sociale, immagine,
potere, anche il piccolo potere, è un insieme di bisogni indotti
che fanno star peggio". E allora? Per Vulpio la fonte migliore
di benessere è un'altra: il tempo. Anche per Franco Catapano,
responsabile regionale Inac, "II solo lavoro non può rendere
felici. Anzi, non è necessario per esser felici. Chi dice
il contrario ammette il fallimento della propria vita. Chi
sa amare e vivere, utilizza le proprie capacità indirizzandole
verso le tante occasioni".
Giancarlo Di Paola, amministratore delegato di Svimservice
Spa, "gioca" e spiega: "II lavoro è una lente d'ingrandimento.
Fa più felici le persone che sono felici e rende più infelici
quelle infelici. L'aspetto economico legato al riconoscimento
da parte degli altri? Beh, non c'è riconoscimento se non c'è
stipendio".
Mentre per Ileana Inglese, formatrice, "II lavoro è una palestra,
in cui misurare le proprie competenze, spesso una sfida ai
propri limiti e in ogni caso un potente catalizzatore di tensioni,
aspettative e bisogni. Parlerei di lavoro come di un filtro
della felicità. Certo, non c'è stabilità psicologica senza
stipendio. E il riconoscimento degli altri è importante in
una società dell'incertezza. Ma dovremmo imparare a sostituire
l'io faccio, per questo ho, quindi sono con l'io sono, per
questo faccio, quindi ho".
Mimmo Di Paola, amministratore unico Seap, invece, replica:
"Respingo ogni forma di generalizzazione. Anche se il lavoro
non deve occupare tutta la vita e la personalità di un uomo,
è indubbio che ne deve ricoprire una parte importante. II
poter lavorare con passione costituisce una fortuna che ciascuno
di noi si può costruire, affinché il lavoro diventi uno dei
migliori compagni della propria vita". Non diversa la posizione
di Rocco Palese, assessore regionale al Bilancio, che ritiene
"irrinunciabile il lavoro solo se inteso come fonte di soddisfazione
economica e di realizzazione di sé e degli altri".
Ma, allora, chi dice di essere felice solo lavorando? Per
Inglese, nasconde "la tendenza a posizionare fuori da sé il
fulcro dei propri obiettivi, o un'ansia perfezionistica mista
a una forte spinta all'agire". Per Giancarlo Di Paola: "o
una grande generosità o una grande solitudine". Per Vulpio
"forse la verità". L'antidepressivo che sostituirà il lavoro
tra dieci anni? Per l' a.d. Svimservice: "la vera pillola
della felicità sarà la preghiera», mentre secondo Pollio,
"la possibilità di utilizzare una lingua comune e quindi,
la Rete", per Di Paola senior, "sempre il lavoro". "Dunque,
mai l'ozio ? conclude Chiarello ?. L'alternativa, sarà sempre
l'attività".
Le regole del buon impiego.
- 38% degli statunitensi ha un lavoro "creativo". La stima è
valida anche per l'Italia
- 98% dei lavoratori al tempo di Marx svolgeva un'attività noiosa
e faticosa
- 46% degli italiani dice di ridere raramente in ufficio; il
22% di non ridere mai
- 42% degli italiani è soddisfatto dello stipendio, contro il
60?66% di spagnoli e olandesi
- 41 mln di europei, pari al 28% della forza lavoro, sono colpiti
da stress in ufficio
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