2 0 0 7  
2 0 0 6  
2 0 0 5  
2 0 0 4  
2 0 0 3  
2 0 0 2  
2 0 0 1  
2 0 0 0  
 

 

 
  25 – 31 gennaio 2003


Benessere solo in ufficio? No, in Rete e nella preghiera

di Cinzia Ficco


Stili di vita: una ricerca che fa discutere

(Bari) - Per i cugini d'Oltralpe sarà così, ma per alcuni docenti, giornalisti, imprenditori, manager pugliesi, intervistati da "La Gazzetta dell'Economia", non è affatto vero che oggi il benessere si trova solo in ufficio.
Certo, nella società dell'immagine, spesso "si è quello che si fa", come lasciano intendere due sociologi francesi, Christian Baudelot e Michel Gollac che hanno raccolto 6mila interviste realizzate in tre anni in un libro, intitolato: "Lavorare per essere felici", affermando che il lavoro è diventato una parte irrinunciabile dell'esistenza. Ma non sempre si usa solo il bigliettino di visita con tanto di ruolo e professione stampati per presentarsi e conoscersi. C'è ancora spazio per altro. Soprattutto, c'è ancora la lucidità di guardare al lavoro, non solo come ad un fine, ma come ad uno strumento.
È il caso di Enrico Pollio, general manager Tubinsud di Bari che afferma: "II lavoro come pillola della felicità, sì, ma solo se contribuisce all'autorealizzazione e alla stima personale, ma di una persona che in partenza ha altri valori. Cioè che vede nel lavoro la possibilità di interagire con gli altri, fissare obiettivi e raggiungerli con altre persone".
A fare eco a Pollio, Franco Chiarello, docente di Sociologia Economica all'Università di Bari, che sottolinea: "È evidente che nella società occidentale di oggi il significato strumentale del lavoro tende a prevalere. Lo si considera come un insieme di compiti, svolti in modo sistematico per un reddito. Tuttavia la valenza sostanziale e la dimensione espressiva del lavoro, inteso come attività mirata a riprodurre l'esistenza, non sono affatto sparite. È, comunque, difficile che il risultato della combinazione dei due aspetti sia la felicità. Parlerei di contentezza, come dice il collega Franco Ferrarotti. II fatto che solo in casi rari (ricerca scientifica o creazione artistica) il lavoro riesca ad offrire sentimenti di felicità, non significa che esso non sia una componente significativa nella vita degli individui. AI contrario, nella società attuale esso è tanto più importante quanto più scarseggia. Già Hannah Arendt aveva osservato che in Occidente il lavoro è il perno della società, ma al tempo stesso diventa sempre più scarso e si era interrogata su questo paradosso. Quanto più avanza l'insicurezza, diffusa nella nostra società della piena occupazione, tanto più il lavoro cessa di essere un veicolo di soddisfazione. Nello stesso tempo, proprio perché manca, il lavoro acquista una grandissima importanza, continuando ad essere il veicolo fondamentale della stabilità psicologica e dell'identità sociale dell'individuo". Un'impasse da cui si esce, riducendo lo spazio del lavoro formale, quindi l'orario del lavoro.

Ironica la posizione di Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, il quale sostiene: "La posizione dei due francesi? Una sciocchezza. Anche perché al concetto di lavoro, direbbero gli economisti, è intrinseco quello di penosità, che si può persino misurare e varia in funzione del grado di soddisfazione o divertimento che dal lavoro si trae. Alla fine, lavoriamo perché dobbiamo farlo! Questione economica o di stabilità psicologica? Tutti e due. Ma la stabilità psicologica è un'altra cosa. Può saltare se il lavoro non ce l'hai. Ma se ce l'hai e guadagni abbastanza, il resto, ruolo sociale, immagine, potere, anche il piccolo potere, è un insieme di bisogni indotti che fanno star peggio". E allora? Per Vulpio la fonte migliore di benessere è un'altra: il tempo. Anche per Franco Catapano, responsabile regionale Inac, "II solo lavoro non può rendere felici. Anzi, non è necessario per esser felici. Chi dice il contrario ammette il fallimento della propria vita. Chi sa amare e vivere, utilizza le proprie capacità indirizzandole verso le tante occasioni".

Giancarlo Di Paola, amministratore delegato di Svimservice Spa, "gioca" e spiega: "II lavoro è una lente d'ingrandimento. Fa più felici le persone che sono felici e rende più infelici quelle infelici. L'aspetto economico legato al riconoscimento da parte degli altri? Beh, non c'è riconoscimento se non c'è stipendio".
Mentre per Ileana Inglese, formatrice, "II lavoro è una palestra, in cui misurare le proprie competenze, spesso una sfida ai propri limiti e in ogni caso un potente catalizzatore di tensioni, aspettative e bisogni. Parlerei di lavoro come di un filtro della felicità. Certo, non c'è stabilità psicologica senza stipendio. E il riconoscimento degli altri è importante in una società dell'incertezza. Ma dovremmo imparare a sostituire l'io faccio, per questo ho, quindi sono con l'io sono, per questo faccio, quindi ho".
Mimmo Di Paola, amministratore unico Seap, invece, replica: "Respingo ogni forma di generalizzazione. Anche se il lavoro non deve occupare tutta la vita e la personalità di un uomo, è indubbio che ne deve ricoprire una parte importante. II poter lavorare con passione costituisce una fortuna che ciascuno di noi si può costruire, affinché il lavoro diventi uno dei migliori compagni della propria vita". Non diversa la posizione di Rocco Palese, assessore regionale al Bilancio, che ritiene "irrinunciabile il lavoro solo se inteso come fonte di soddisfazione economica e di realizzazione di sé e degli altri".

Ma, allora, chi dice di essere felice solo lavorando? Per Inglese, nasconde "la tendenza a posizionare fuori da sé il fulcro dei propri obiettivi, o un'ansia perfezionistica mista a una forte spinta all'agire". Per Giancarlo Di Paola: "o una grande generosità o una grande solitudine". Per Vulpio "forse la verità". L'antidepressivo che sostituirà il lavoro tra dieci anni? Per l' a.d. Svimservice: "la vera pillola della felicità sarà la preghiera», mentre secondo Pollio, "la possibilità di utilizzare una lingua comune e quindi, la Rete", per Di Paola senior, "sempre il lavoro". "Dunque, mai l'ozio ? conclude Chiarello ?. L'alternativa, sarà sempre l'attività".

Le regole del buon impiego.

  • 38% degli statunitensi ha un lavoro "creativo". La stima è valida anche per l'Italia
  • 98% dei lavoratori al tempo di Marx svolgeva un'attività noiosa e faticosa
  • 46% degli italiani dice di ridere raramente in ufficio; il 22% di non ridere mai
  • 42% degli italiani è soddisfatto dello stipendio, contro il 60?66% di spagnoli e olandesi
  • 41 mln di europei, pari al 28% della forza lavoro, sono colpiti da stress in ufficio