Il continente nero ha molto
da dare
di Ileana Inglese
www.africanlooms.net
è il sito per stringere la mano ai fratelli africani
(Bari) - Una sala gremita con 500 persone: è
stata questa la risposta che Bari ha dato all’appello
per la solidarietà lanciato da African Looms. Nella
bella cornice del Kismet, le percussioni dei Dauia, le parole
di Mingo di Striscia la notizia, i colori del mercatino di
tappeti e accessori etnici e il sapore del cous cous hanno
accompagnato la presentazione del progetto costruito secondo
le regole dell’economia etica e che vede protagoniste
le ragazze-madri di un pezzo d’Africa dalle parti di
Nairobi. Machaka il nome, ottomila gli abitanti, tante le
donne vittime di stupro, e i bambini.
Non è facile fare qualcosa quando si ha davanti un
oceano di miseria: Girolamo Asta e Imma Alvino ci hanno provato
e lo hanno fatto senza ricorrere alle forme di assistenzialismo
tipiche dei progetti umanitari, ma mettendoci del proprio.
Formatori entrambi – docente di “creazione d’impresa”
lui, insegnante di danza lei, impegnati in progetti extraeuropei,
un giorno si sono chiesti: “perché non mettere
a frutto ciò che sappiamo fare? Perché non aiutiamo
questa gente ad aiutarsi?”.
Il “come” lo chiediamo a loro, insieme a un commento
sulla serata.
Imma, Gimo, com’è stata l’accoglienza
del pubblico barese?
“Ha superato ogni più rosea aspettativa, grazie
anche a Svimservice, Mingo, Bachir Gareche, il Kismet, Controradio,
insomma tutti quelli che hanno dato una mano. È stato
bello vedere la gente andar via col sorriso sulle labbra.
Momenti come questi ci ricaricano.”
E ora che succede?
“Al di là del sostegno ricevuto, a noi piacerebbe
che a Bari ci fosse qualcuno che attivasse una ‘cellula
di African Looms’, che promuovesse il progetto attraverso
la raccolta di fondi, l’organizzazione di eventi e la
costruzione di una rete di commercio equo-solidale.”
Intendete un canale di commercializzazione dei prodotti?
“Si, sia attraverso i punti vendita tradizionali, che
attraverso mercatini, fiere, manifestazioni alle quali partecipare
con il classico ‘banchetto’.
Chi volesse collaborare, come e dove vi contatta?
“Sul sito www.africanlooms.net ci sono i nostri riferimenti:
Noesis di Milano è l’azienda che distribuisce
i prodotti in Italia, mentre per contatti diretti si può
scrivere a info@africanlooms.net.”
Torniamo a voi. Come ci sei arrivato in Kenya, Gimo?
“Per una di quelle coincidenze che ti cambiano la vita:
io sono un formatore, e un giorno mi arriva una e-mail che
mi invita a partecipare ad un progetto comunitario per ex-guerriglieri
della Somalia. Parto, ma l’impatto con la realtà
locale è talmente duro che penso di restarci solo quindici
giorni. Ci sono rimasto un anno, poi sono passato in Kenya.
È stato qui che ho conosciuto il villaggio di Machaka
e ho cominciato a proporre delle micro-azioni di aiuto per
questo villaggio alle cosiddette organizzazioni umanitarie.
Ma tutte mi hanno detto di no.”
Perché?
“Machaka è un villaggio isolato e poverissimo,
che non rientra nei circuiti umanitari internazionali, sia
perché, essendo così piccolo, qualsiasi forma
di finanziamento attuata per la realizzazione di un progetto,
non dà margini di profitto sufficienti ad alimentare
la macchina organizzativa, sia perché non trovandosi
sotto la luce dei riflettori, non dà alcun ritorno
d’immagine.”
E’ una denuncia pesante, la tua.
“È la verità, purtroppo. Ci sono circa
3000 organizzazioni non governative in Kenya; pensa che paradossalmente
il governo dà più facilmente il permesso per
aprire un’azienda che non una Ong, perché sa
che quello delle Ong è un business.”
I rifiuti però non ti hanno fermato..
“No, anzi. Io e Imma, mia moglie, abbiamo pensato di
creare un progetto che potesse offrire delle opportunità
di lavoro concreto per gli abitanti del villaggio. Lì,
fare la classifica di chi sta peggio è dura, ma di
certo la fascia delle donne è la più disagiata
e le ragazze-madri sono quelle che stanno peggio. È
nata così l’idea, due anni fa, di costituire
un’azienda, un laboratorio tessile nel quale abbiamo
impiegato dapprima due, poi otto, per arrivare a dodici delle
ragazze-madri di Machaka, importando mezzi, know how e telai
da amici italiani e realizzando prodotti etnici lavorati a
mano: tappeti, tende, tovagliette, braccialetti, accessori.
Alle ragazze abbiamo offerto uno stipendio regolare e poi
una casa in muratura, arredata, una reggia in confronto alle
capanne.”
Un modo, insomma, per creare benessere non attraverso
l’assistenzialismo, che rende dipendenti, ma attraverso
il lavoro, che rende autonomi?
“Si, l’obiettivo è triplice: 1) creare
un’opportunità di lavoro che garantisca uno stipendio
alle ragazze; 2) renderle indipendenti dal punto organizzativo
e produttivo; 3) attraverso gli utili dell’azienda realizzare
degli interventi di aiuto per gli altri abitanti del villaggio,
soprattutto donne e bambini, attraverso azioni formative di
ogni tipo, dall’igiene all’inglese alla danza.”
So che tu, Imma, hai portato la danza negli slum,
le baraccopoli di Nairobi.
“Si, a Kogorocho. Fui chiamata dal preside della scuola,
il quale mi chiese di insegnare danza ai bambini dai 10 ai
15 anni; diverse le ragioni: la danza era un mezzo per avvicinarli
alla scuola e ritardare il loro ingresso in una società
fatta di violenza e prostituzione; inoltre serviva a creare
legami, costruire una speranza, dare nuovi stimoli, farli
guardare ‘oltre’. È stata un’esperienza
straordinaria, ripetuta poi con le ragazze-madri di Machaka.”
Perché tutto questo in Africa e non, che so..
in un paesino di Puglia o Calabria?
“Perché il paesino della Calabria non ce l’ha
proposto. La vita ci ha portati casualmente in Africa, e una
volta arrivati lì, non ce ne siamo più staccati.
L’Africa per me è stata deflagrante.”
Mal d’Africa?
“Qualcosa di più. Mal d’Africa è
natura, animali, paesaggi; ma il vivere a contatto con gli
Africani è qualcosa a cui non puoi rimanere indifferente.
Sto leggendo un libro di Alex Zanotelli, “I poveri non
ci lasceranno dormire”. Anche a me hanno tolto il sonno.
Ho incontrato una volta Alex, nello slum di Kogorocho, ero
agli inizi, in un momento di sconforto; lui mi disse : ‘io
non so se questa è la strada giusta, non so se sto
facendo la cosa giusta, però.. butta la tua vita per
qualcosa che vale!’”.
E qual è per voi la ‘cosa che vale’?
“È un sogno ancora nella mente: creare un micro-cosmo,
acquistando un terreno, con campi da coltivare, case, un laboratorio
tessile, una scuola; insomma creare un centro d’accoglienza
per le ragazze-madri, dove esse possano ricongiungersi ai
figli e al tempo stesso lavorare, e dove i ragazzi possano
guardare oltre gli ‘orizzonti africani’. African
Looms, per l’appunto.”
|
|