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  27 -28 settembre 2004


Il continente nero ha molto da dare

di Ileana Inglese


www.africanlooms.net è il sito per stringere la mano ai fratelli africani

(Bari) - Una sala gremita con 500 persone: è stata questa la risposta che Bari ha dato all’appello per la solidarietà lanciato da African Looms. Nella bella cornice del Kismet, le percussioni dei Dauia, le parole di Mingo di Striscia la notizia, i colori del mercatino di tappeti e accessori etnici e il sapore del cous cous hanno accompagnato la presentazione del progetto costruito secondo le regole dell’economia etica e che vede protagoniste le ragazze-madri di un pezzo d’Africa dalle parti di Nairobi. Machaka il nome, ottomila gli abitanti, tante le donne vittime di stupro, e i bambini.

Non è facile fare qualcosa quando si ha davanti un oceano di miseria: Girolamo Asta e Imma Alvino ci hanno provato e lo hanno fatto senza ricorrere alle forme di assistenzialismo tipiche dei progetti umanitari, ma mettendoci del proprio. Formatori entrambi – docente di “creazione d’impresa” lui, insegnante di danza lei, impegnati in progetti extraeuropei, un giorno si sono chiesti: “perché non mettere a frutto ciò che sappiamo fare? Perché non aiutiamo questa gente ad aiutarsi?”.
Il “come” lo chiediamo a loro, insieme a un commento sulla serata.

Imma, Gimo, com’è stata l’accoglienza del pubblico barese?
“Ha superato ogni più rosea aspettativa, grazie anche a Svimservice, Mingo, Bachir Gareche, il Kismet, Controradio, insomma tutti quelli che hanno dato una mano. È stato bello vedere la gente andar via col sorriso sulle labbra. Momenti come questi ci ricaricano.”

E ora che succede?
“Al di là del sostegno ricevuto, a noi piacerebbe che a Bari ci fosse qualcuno che attivasse una ‘cellula di African Looms’, che promuovesse il progetto attraverso la raccolta di fondi, l’organizzazione di eventi e la costruzione di una rete di commercio equo-solidale.”

Intendete un canale di commercializzazione dei prodotti?
“Si, sia attraverso i punti vendita tradizionali, che attraverso mercatini, fiere, manifestazioni alle quali partecipare con il classico ‘banchetto’.

Chi volesse collaborare, come e dove vi contatta?
“Sul sito www.africanlooms.net ci sono i nostri riferimenti: Noesis di Milano è l’azienda che distribuisce i prodotti in Italia, mentre per contatti diretti si può scrivere a info@africanlooms.net.”

Torniamo a voi. Come ci sei arrivato in Kenya, Gimo?
“Per una di quelle coincidenze che ti cambiano la vita: io sono un formatore, e un giorno mi arriva una e-mail che mi invita a partecipare ad un progetto comunitario per ex-guerriglieri della Somalia. Parto, ma l’impatto con la realtà locale è talmente duro che penso di restarci solo quindici giorni. Ci sono rimasto un anno, poi sono passato in Kenya. È stato qui che ho conosciuto il villaggio di Machaka e ho cominciato a proporre delle micro-azioni di aiuto per questo villaggio alle cosiddette organizzazioni umanitarie. Ma tutte mi hanno detto di no.”

Perché?
“Machaka è un villaggio isolato e poverissimo, che non rientra nei circuiti umanitari internazionali, sia perché, essendo così piccolo, qualsiasi forma di finanziamento attuata per la realizzazione di un progetto, non dà margini di profitto sufficienti ad alimentare la macchina organizzativa, sia perché non trovandosi sotto la luce dei riflettori, non dà alcun ritorno d’immagine.”

E’ una denuncia pesante, la tua.
“È la verità, purtroppo. Ci sono circa 3000 organizzazioni non governative in Kenya; pensa che paradossalmente il governo dà più facilmente il permesso per aprire un’azienda che non una Ong, perché sa che quello delle Ong è un business.”

I rifiuti però non ti hanno fermato..
“No, anzi. Io e Imma, mia moglie, abbiamo pensato di creare un progetto che potesse offrire delle opportunità di lavoro concreto per gli abitanti del villaggio. Lì, fare la classifica di chi sta peggio è dura, ma di certo la fascia delle donne è la più disagiata e le ragazze-madri sono quelle che stanno peggio. È nata così l’idea, due anni fa, di costituire un’azienda, un laboratorio tessile nel quale abbiamo impiegato dapprima due, poi otto, per arrivare a dodici delle ragazze-madri di Machaka, importando mezzi, know how e telai da amici italiani e realizzando prodotti etnici lavorati a mano: tappeti, tende, tovagliette, braccialetti, accessori. Alle ragazze abbiamo offerto uno stipendio regolare e poi una casa in muratura, arredata, una reggia in confronto alle capanne.”

Un modo, insomma, per creare benessere non attraverso l’assistenzialismo, che rende dipendenti, ma attraverso il lavoro, che rende autonomi?
“Si, l’obiettivo è triplice: 1) creare un’opportunità di lavoro che garantisca uno stipendio alle ragazze; 2) renderle indipendenti dal punto organizzativo e produttivo; 3) attraverso gli utili dell’azienda realizzare degli interventi di aiuto per gli altri abitanti del villaggio, soprattutto donne e bambini, attraverso azioni formative di ogni tipo, dall’igiene all’inglese alla danza.”

So che tu, Imma, hai portato la danza negli slum, le baraccopoli di Nairobi.
“Si, a Kogorocho. Fui chiamata dal preside della scuola, il quale mi chiese di insegnare danza ai bambini dai 10 ai 15 anni; diverse le ragioni: la danza era un mezzo per avvicinarli alla scuola e ritardare il loro ingresso in una società fatta di violenza e prostituzione; inoltre serviva a creare legami, costruire una speranza, dare nuovi stimoli, farli guardare ‘oltre’. È stata un’esperienza straordinaria, ripetuta poi con le ragazze-madri di Machaka.”

Perché tutto questo in Africa e non, che so.. in un paesino di Puglia o Calabria?
“Perché il paesino della Calabria non ce l’ha proposto. La vita ci ha portati casualmente in Africa, e una volta arrivati lì, non ce ne siamo più staccati. L’Africa per me è stata deflagrante.”

Mal d’Africa?
“Qualcosa di più. Mal d’Africa è natura, animali, paesaggi; ma il vivere a contatto con gli Africani è qualcosa a cui non puoi rimanere indifferente. Sto leggendo un libro di Alex Zanotelli, “I poveri non ci lasceranno dormire”. Anche a me hanno tolto il sonno. Ho incontrato una volta Alex, nello slum di Kogorocho, ero agli inizi, in un momento di sconforto; lui mi disse : ‘io non so se questa è la strada giusta, non so se sto facendo la cosa giusta, però.. butta la tua vita per qualcosa che vale!’”.

E qual è per voi la ‘cosa che vale’?
“È un sogno ancora nella mente: creare un micro-cosmo, acquistando un terreno, con campi da coltivare, case, un laboratorio tessile, una scuola; insomma creare un centro d’accoglienza per le ragazze-madri, dove esse possano ricongiungersi ai figli e al tempo stesso lavorare, e dove i ragazzi possano guardare oltre gli ‘orizzonti africani’. African Looms, per l’appunto.”