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  15 febbraio 2006


Appello delle aziende: giustizia rapida

di Marco Montrone


I tempi dei procedimenti rallentano l'economia? Per avvocati e imprenditori del Mezzogiorno la situazione è drammatica. La via extragiudiziale indicata come unico rimedio possibile per velocizzare i tempi, ma rimane il problema dei costi

(Bari) - La lentezza della giustizia nel fare il suo corso quanto influisce sullo sviluppo economico del Sud Italia? Secondo le email e i pareri inviati al sole 24 Ore Sud da imprenditori e avvocati a seguito dell’inchiesta dell’8 febbraio scorso, tantissimo. In alcuni casi in maniera determinante. Anche se c’è chi ritiene che i procedimenti extragiudiziali, quali arbitrati e conciliazioni, permettano ormai di evitare le “sabbie mobili” della giustizia italiana.

Non è di questo avviso Fabrizio Lombardo Pijola, avvocato (socio dello studio associato “Lexjus”) e imprenditore (presidente dell’emittente locale “Antenna Sud”) di Bari, che parla di “situazione drammatica della giustizia in italia e soprattutto al Sud”. “Il ritardo nei processi civili e amministrativi è tale – spiega – da disincentivare gli investimenti. Ci sono cause da milioni di euro, ad esempio quelle nei confronti della Pubblica Amministrazione, che vanno avanti da anni e anni. Basti vedere i casi di Punta Perotti a Bari, della Sircom a Taranto o dell’Ipercoop a Molfetta. E’ vero – continua – che ormai non c’è contratto senza clausola compromissoria, ma è pur vero che ci sono cause che non possono essere affidate agli arbitri”.

Un’analisi condivisa anche dall’avvocato Maurizio d’Albora, a capo dello Studio Carnelutti di Napoli, per il quale proprio nel capoluogo campano, gli effetti della giustizia-lumaca amplificano la congiuntura negativa che contraddistingue l’economia locale. Un rimedio d’Albora lo suggerisce: “Sarebbe oppurtuno” – spiega – che i giudici ricoressero maggiormente ai provvedimenti di urgenza, che accorcerebbero i tempi dei procedimenti. Gli arbitrati? Aiutano, ma i costi sono alti: non rappresentano un problema per le grandi aziende. Ma il Sud è animato da un reticolo di Pmi”.

Per il presidente di Confindustria Puglia, Gianni Mongelli “un tentativo extragiudiziale in prima battuta comunque si fa sempre. Sono sempre più gli imprenditori che cercano di evitare di “entrare” in Tribunale, per non rischiare di rimanere anni. La giustizia – scrive Mongelli – è il punto debole di questo Paese. E’ vero che per il processo amministrativo sono stati effettuati grazie alla nuova disciplina alcuni miglioramenti nella fase cautelare, ma per tutto il resto e parlo soprattutto di recupero crediti, morosità, rivalsa e di tutto ciò che riguarda il fallimento, i tempi rimangono lunghissimi”. Secondo Ferdinando Spallitta, dello studio associato “Gattuccio Spallita” di Palermo, “ci sono imprese che non sarebbero fallite se i Tribunali avessero permesso loro di recuperare crediti di grossa portata”.

Per quanto riguarda gli arbitrati, Spallitta afferma che “gli imprenditori quando sono a conoscenza di questi strumenti li utilizzano. Arbitrati e conciliazioni si stanno diffondendo, c’è da dire però che rimangono ancora molto costosi, anche se a mio parere vale sempre la pena tentare la via extragiudiziale”. Ma quanto costano le conciliazioni? “A seconda del “valore” del contenzioso dai 38 ai 5 mila euro, considerando che per cifre ancora più alte c’è una percentuale aggiuntiva dello 0,5%”. La risposta è di Claudio Carone, avvocato e conciliatore e mediatore della camera arbitrale della Camera di Commerciodi Bari, che conferma come il “il ricorso alle conciliazioni è sempre più frequente”. Ma c’è una cultura dell’extragiudiziale? Secondo Carone “è diffusa maggiormente al Nord, ma anche al Sud gli avvocati dei grossi studi associati vengono ormai chiamati, più che per difendere le imprese, per aiutarle nell’evitare le controversie. La loro attività è sempre più di consulenza e sempre meno di “cura”.

Ma è vero che, come afferma Lombardo Pijola, “sulla lentezza della giustizia ci sono avvocati che ci marciano”? Per Spallitta “questo poteva essere vero fino agli anni ’70 o ’80. Gli avvocati scadenti effettivamente puntavano sulla lunghezza del processo. Ma ora non è più così, visto che non è più possibile chiedere rinvii inutili. A quel punto agli avvocati non conviene prolungare i tempi, visto che percepiscono la parcella solo alla fine del processo”.

A proposito di comportamenti sleali, per Pippo Puglisi, presidente Confindustria Messina, la lentezza della giustizia “favorisce chi su queste situazioni ci specula, gli imprenditori che vanno avanti furbescamente, coloro che vivono intorno ai ritardi dei Tribunali. Viceversa – dice Puglisi – svilisce la voglia di chi ambisce a fare impresa seriamente”. Riguardo i miglioramenti nel processo amministrativo, Puglisi ammette che “c’è stato un leggero miglioramento, ma permane comunque un problema di “qualità”: troppo spesso i Tar danno pareri diversi per uno stesso argomento, creando confusione”.


Giovanni Romano
"In media le sentenze sono attese dieci anni"

Giovanni Romano, avvocato di Benevento, si occupa a tempo pieno dei procedimenti di equa riparazione da lunga durata dei processi, secondo ciò che dispone la legge Pinto n.89/01. Ha fatto condannare diverse volte lo stato italiano a risarcire imputati che avevano aspettato per una sentenza più dei quattro mesi previsti dalla legge. In Italia, secondo dati del ministero della Giustizia, la lunghezza media dei processi si aggira intorno ai mille giorni. Ma scherziamo, magari fosse così per davvero. I dati del ministero comprendono anche i procedimenti camerali, per loro stessa natura molto brevi. Escludendo questo tipo di processi, la media si allunga per lo meno ai 10 anni prima di ascoltare una sentenza. E si sta parlando di centinaia di migliaia processi pendenti.

Quanto questa disfunzione della giustizia incide sull’andamento delle attività economiche nel mezzogiorno?
Faccio solo un esempio, che riguarda il fallimento di un’impresa di Benevento impegnata in una causa (Delli Carri, contro Sabatini) da ben 32 anni. È tutto nato con un semplice procedimento cautelare che riguardava un impianto da 6 miliardi e mezzo di lire. E oggi a tanti anni di distanza, la giustizia non è ancora riuscita a pronunciarsi in merito in maniera definitiva. Pensa al danno economico per gli imputati? Difficile anche farne una stima realistica. L’Italia è stata più volte “bacchettata” dal consiglio d’Europa. Non solo, perfino il papa Giovanni Paolo II in un’enciclica di qualche tempo fa chiese all’Italia di rendere più “umani” i processi italiani. Ma se ci sono cause, oggi, la cui prosecuzione è fissata nel 2008, è difficile pensare come si possa risolvere questo problema, che ha assunto contorni paradossali.

Sono sempre più gli imprenditori che affermano cercare sempre una soluzione extragiudiziale alle controversie.
È vero, ma in Italia manca la cultura arbitrale, che ha soprattutto costi ancora troppo elevati. Il ricorso all’arbitrato può essere utile per i grossi contenziosi, ma per i contenziosi che valgono qualche migliaio di euro, nessun avvocato consiglierebbe al proprio cliente di rivolgersi a un arbitro e spendere una cifra vicina a quella oggetto del contendere.

La legge Pinto può servire da stimolo alla giustizia?
Certo, nel momento in cui la giustizia italiana fosse costretta a pagare per la propria lentezza, credo che si cercherebbero subito le soluzioni (e i fondi) per renderla più veloce.


Giancarlo Di Paola
"L’arbitrato è l’antidoto all’incertezza dei processi"

Giancarlo Di Paola, amministratore delegato della Svimservice, società barese di servizi informatici, è uno dei fautori del procedimento extragiudiziale che, anche se a costi elevati, permette all’imprenditore di evitare i tempi lunghi della giustizia ordinaria.

Quanto costa agli imprenditori la lentezza della giustizia?
Tanto, ma ormai l’imprenditore ha capito di non poter far affidamento sui Tribunali, soprattutto qui nel Mezzogiorno, e si rivolge ad arbitri e conciliatori o ricerca metodi alternativi, di prevenzione delle controversie. Ormai gli uffici legali non lavorano più per rappresentare al meglio le imprese nei processi, ma si sforzano di trovare il modo per evitare di arrivare ad una soluzione processuale. Io stesso dirigo alcuni master per giuristi d’impresa, tutti orientati in questo senso.

Non c’è nessuno che preferisce ancora rivolgersi ai tribunali?
Sì, quelli che vogliono trovare scuse e giustificazioni. La giustizia è considerata oramai come un alibi: se vinco sono contento, se perdo dico che i giudici erano di parte. Vorrei sapere perché ci sono alcune cause, come quelle di lavoro, nelle quali si riesce sempre a trovare un accordo, evitando l’attesa e la pronuncia della sentenza e perché invece per altri contenziosi, anche più importanti, questo non può essere possibile. È chiaro che fin quando resterà chi, come la Pubblica Amministrazione, non fa niente per accelerare i tempi e i modi della risoluzione della controversia, i problemi rimarranno immutati.

Gli arbitrati non costano troppo?
Il costo degli arbitrati è inferiore al costo dell’incertezza. Si potrebbe adeguare alla giustizia una celebre frase che riguarda ilmondo della formazione: “se pensi che la giustizia abbia un costo, prova l’ingiustizia”. Più concretamente, se un’udienza viene indetta a un anno e mezzo di tempo dal momento in cui sorge la controversia, si stravolge tutta la vita dell’impresa: che ne soio di quello che sarà la mia azienda, in termini di mercato, l’anno prossimo?

Questo vale anche per i piccoli contenziosi?
Per i piccoli contenziosi ci sono le conciliazioni e le mediazioni della Camera arbitrale della Camera di commercio, che funzionano molto bene, anche se in questi casi i convenuti sono più o meno già d’accordo tra loro e devono solo ”limare” alcuni aspetti. Ma è comunque, lo ri-sottolineo, un modo per evitare i Tribunali.