C'è un'ombra sul
mito moderno di San Nicola
di Pietro Marino
Sulla mostra a Bari:
arte e immaginario sul santo
L’Epifania tutte le feste ha portato via. La negletta
Befana ha consegnato le sue modeste calze ai bambini già
satolli di doni di Babbo Natale. È lui il vincitore.
Così ci appare, lo sguardo sornione sotto occhiali
tondi, il sorriso affogato nell’onda ovattata della
barba, il Santa Claus di Andy Warhol che troneggia nel finale
della grande mostra dedicata a San Nicola nell’arte
in corso nel Castello Svevo di Bari. Ci sta lì a buon
diritto, l’immagine moltiplicata prodotta dal maestro
sommo della Pop Art. Perché – è bene ricordarlo
– “Santa Claus” non è che la corruzione
del nome “San Nicola” in slang americano. Passando
per il Sint Nikolaus, patrono di Amsterdam, che i coloni olandesi
portarono con sé in quel lembo di nuovo continente
che battezzarono New Amsterdam, primo nucleo della futura
New York.
Dunque, che Babbo Natale-Santa Claus nulla abbia a che fare
con San Nicola, è tesi da purismo ideologico. La smentisce
l’ultima sezione della mostra, dedicata all’ “immaginario
popolare europeo tra il XVII e il XX secolo”. Però
troppo sbrigativa, quasi appendice curiosa alla parte “seria”,
“gli splendori dell’arte” esaltati dal culto
religioso per il santo. È un limite, anzi un errore.
Che forse ha la sua parte nel motivare l’insoddisfacente
appeal riscontrato (almeno sinora) da una mostra pur ricca
di opere belle e significative, organizzata e promossa con
cura.
Non farà piacere. Ma è un fatto storico che
il culto di San Nicola è stato sin dall’inizio
incrementato dalla “magia del quotidiano” sprigionata
dai miracoli e dagli interventi salvifici che gli sono stati
attribuiti. Si vede già nella mostra: quando, dopo
la successione un po’ ostica delle immote e seriali
icone del tempo bizantino, si impennano nel tempo gotico le
avventure del santo in chiave fiabesca. Come la straordinaria
nave volante sul mare in tempesta di Lorenzo Monaco (tavola
sponsorizzata dalla “Gazzetta”). Non a caso questa
dimensione narrativa si chiude nel Settecento con le vaporose
scenografie del molfettese Corrado Giaquinto.
Nell’Europa del Nord, il culto del santo assumerà
presto il ruolo dominante di “patron des enfants sages”,
che premia i bambini buoni con doni nel giorno della sua festa,
il 6 dicembre. Ma castiga anche i cattivi, magari affidando
il compito ingrato ad un servitore in fattezze di negro (razzismo
antico) o più o meno diaboliche. Dipinti, incisioni,
maschere, disegni popolari dal Seicento all’Ottocento,
documentano riti e usanze, tuttora diffusi. San Nicola al
Nord era insomma quel che sia pur stancamente continua a significare
la Befana per noi al Sud. Come poi la dispensa di doni sia
slittata dal 6 dicembre al Natale, è vicenda non chiara.
La colpa pare che sia, all’origine, addirittura di Lutero.
Lo scisma protestante, per impedire o limitare il culto cattolico
per i santi, provò a togliere privilegi eccessivi al
santo “mediterraneo” attribuendo la facoltà
di doni a Gesù bambino. Dalla singolare competizione
emergerà, vittorioso, il San Nicola “natalizio”:
ma ormai tramutato, se si vuole snaturato, in Santa Claus.
Che non è dunque una invenzione mediatica della Coca
Cola o comunque dell’imperialismo “americano”.
La contaminazione ha avuto origini nell’Europa cristiana,
da incontri con altre figure delle leggende nordiche.
Vedere le ottocentesche xilografie a colori di Carl August
Reinhardt sulle “storie di Penzmartel”, personaggio
già ingoffito al modo che adombra il futuro Santa Claus.
Analogo, ma con una storia autonoma, è Ded Moroz, il
“Papà Gelo” russo (documentato da moderne
illustrazioni per racconti e da statuine). Peraltro anche
lui minacciato di estinzione. A Santa Claus dunque è
inevitabile tornare. La questione non può esaurirsi
nella furba esibizione di una grande firma per dimostrare
che anche l’arte contemporanea si è occupata,
di raffe, di San Nicola.
Intanto, a volersi attenere ai nomi da arte “alta”,
Warhol non sarebbe il solo da esporre. Al bookshop del Moma
di New York forse ancora vendono la serie di cartoline natalizie
con le riproduzioni dei Santa Claus disegnati in acquerello
da Jim Dine, grande esponente del New Dada americano, nel
1962: cioè venti anni prima di Warhol. A Bari c’è
invece la famosa xilografia di Thomas Nast (disegnatore, guarda
un po’, di origine tedesca) che nel 1881 impose sull’
“Harper’s Weekly Magazine”, un “San
Nicola” con barba bianca, lunga pipa, pelliccione, che
imbraccia giocattoli e bambole.
È il prototipo riconosciuto del Santa Claus mondano
che sarà lanciato, nell’attuale addobbo, dalla
Coca Cola nel 1931 a fini di pubblicità. Ma c’è
un passaggio importante anche per la storia della comunicazione
visiva, che la mostra stranamente omette: il colossale Santa
Claus disegnato nel 1927 da Norman Rockwell, grande illustratore
americano – diciamo pure “artista” –
per la copertina a colori del diffusissimo magazine popolare
“Saturday Evening Post”.
Si capisce così meglio il Santa Claus di Warhol. Fa
parte della serie dei dieci “Myths” realizzati
nel 1981, con Topolino, superman, Dracula, eccetera. Tutti
personaggi da film, fumetti, tv. Non è arbitrario che
nella lista sia inclusa l’ultima metamorfosi di San
Nicola. Il padre dell’arte “popular” ci
avverte che gli eroi, i santi, i divi del nuovo immaginario
di massa altro non sono che simulacri. La realtà stessa
è vanitas. L’ultimo personaggio, “The Shadow”,
l’ombra, è il profilo dell’artista che
si proietta nel vuoto. È un “autoritratto”.
Non che lui, Andy, si promuova a mito: è che tutto
per lui è mito, come tutto è macchina, e tutto
è morte. È la sequenza logica in cui egli si
riconosce, è il suo percorso lucidissimo, sotto la
superficie di ostentato, cinico glamour.
A suo modo – ha osservato un critico americano –
Warhol (originario della cattolica Polonia) era religioso.
Solo che “credeva nel Natale americano proprio come
credeva in Elvis (Presley) e in Marylin (Monroe)”. Nella
società del consumo, il Natale non può che celebrare
un “Santo da negozio” (anche la “Gold Marylin
del 1962 fu concepita a mò di icona).
Tesi dissacrante? Direi che il Santa Claus di Warhol esercita
la funzione che l’arte contemporanea si è assunta:
far pensare, inquietare, piuttosto che rassicurare e consolare.
Molto più dissacrante può essere la sbrigativa
durezza teutonica con la quale Peter Dinzelbacher conclude,
nel prezioso catalogo Skira, il suo saggio sul culto di San
Nicola “ a nord delle Alpi”: “Oggi, anche
per i cattolici, nel migliore dei casi San Nicola è
solo un personaggio del folklore, e ormai lo si invoca e gli
si rivolgono preghiere solo nell’Italia meridionale
o se si è ortodossi”. Ecco, se una analisi va
fatta su che cosa in questa bella mostra non va, da qui sarebbe
utile partire.
Tra i “Myths” americani con polvere di
diamante
Il senso del “Santa Claus” di Andy
Il Santa Claus di Andy Warhol fa parte di “Myths”,
portfolio di multipli da lui realizzato nel 1981 per la Ronald
Feldman Fine Arts, famosa galleria-casa editrice di New York
che ha curato molte delle sue celebrate serie grafiche e ne
detiene il copyright. I dieci “miti americani”
sono, nell’ordine in cui appaiono tutti insieme, in
una serie di serigrafie su tela, ossessivamente ripetuti ciascuno
per dieci volte lungo bande verticali di diverso colore: Superman,
Santa Claus, Howdy Doody, The Star, Mickey Mouse, uncle Sam,
Mammy, Dracula, Wickle Witch, the Shadow.
Le immagini furono desunte o dai fumetti relativi, o da foto
da film (Greta Garbo per la star) oppure da foto polaroid
scattate dallo stesso Warhol a persone opportunamente acconciate.
La più nota è Margaret Mitchell, l’attrice
che aveva interpretato proprio Wickle Witch, “la strega
del West” nel film “il mago di Oz”. Santa
Claus fu impersonato da un certo John Viaggiano, italo-americano
di evidente radice meridionale, anzi lucana (i Viggiano di
America sono tantissimi), con costumi e trucco di Jac Colello,
altro nome di sentore addirittura barese.
La foto fu tradotta dall’artista in disegno, poi ingrandito
in proiezione e passato in colori serigrafici su tela o carta.
Di Santa Claus, come di tutti i personaggi dei “Myths”,
sono stati prodotti inizialmente dalla Feldman “ritratti”
isolati, in due serie numerate e firmate di 250 copie circa
l’una, di diversa dimensione quadrata (101 cm. e 254
cm) e con alcune varianti tecniche. L’esemplare esposto
a Bari è una tela della serie di maggiore dimensione,
in acrilico e smalto serigrafato con aggiunta di polvere di
diamante. Il disegno originale in bianco e nero è stato
venduto di recente dalla Andy Warhol Foundation. Sconosciuto
l’acquirente e il prezzo.
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