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  7 gennaio 2007


C'è un'ombra sul mito moderno di San Nicola

di Pietro Marino


Sulla mostra a Bari: arte e immaginario sul santo

L’Epifania tutte le feste ha portato via. La negletta Befana ha consegnato le sue modeste calze ai bambini già satolli di doni di Babbo Natale. È lui il vincitore. Così ci appare, lo sguardo sornione sotto occhiali tondi, il sorriso affogato nell’onda ovattata della barba, il Santa Claus di Andy Warhol che troneggia nel finale della grande mostra dedicata a San Nicola nell’arte in corso nel Castello Svevo di Bari. Ci sta lì a buon diritto, l’immagine moltiplicata prodotta dal maestro sommo della Pop Art. Perché – è bene ricordarlo – “Santa Claus” non è che la corruzione del nome “San Nicola” in slang americano. Passando per il Sint Nikolaus, patrono di Amsterdam, che i coloni olandesi portarono con sé in quel lembo di nuovo continente che battezzarono New Amsterdam, primo nucleo della futura New York.

Dunque, che Babbo Natale-Santa Claus nulla abbia a che fare con San Nicola, è tesi da purismo ideologico. La smentisce l’ultima sezione della mostra, dedicata all’ “immaginario popolare europeo tra il XVII e il XX secolo”. Però troppo sbrigativa, quasi appendice curiosa alla parte “seria”, “gli splendori dell’arte” esaltati dal culto religioso per il santo. È un limite, anzi un errore. Che forse ha la sua parte nel motivare l’insoddisfacente appeal riscontrato (almeno sinora) da una mostra pur ricca di opere belle e significative, organizzata e promossa con cura.

Non farà piacere. Ma è un fatto storico che il culto di San Nicola è stato sin dall’inizio incrementato dalla “magia del quotidiano” sprigionata dai miracoli e dagli interventi salvifici che gli sono stati attribuiti. Si vede già nella mostra: quando, dopo la successione un po’ ostica delle immote e seriali icone del tempo bizantino, si impennano nel tempo gotico le avventure del santo in chiave fiabesca. Come la straordinaria nave volante sul mare in tempesta di Lorenzo Monaco (tavola sponsorizzata dalla “Gazzetta”). Non a caso questa dimensione narrativa si chiude nel Settecento con le vaporose scenografie del molfettese Corrado Giaquinto.

Nell’Europa del Nord, il culto del santo assumerà presto il ruolo dominante di “patron des enfants sages”, che premia i bambini buoni con doni nel giorno della sua festa, il 6 dicembre. Ma castiga anche i cattivi, magari affidando il compito ingrato ad un servitore in fattezze di negro (razzismo antico) o più o meno diaboliche. Dipinti, incisioni, maschere, disegni popolari dal Seicento all’Ottocento, documentano riti e usanze, tuttora diffusi. San Nicola al Nord era insomma quel che sia pur stancamente continua a significare la Befana per noi al Sud. Come poi la dispensa di doni sia slittata dal 6 dicembre al Natale, è vicenda non chiara.

La colpa pare che sia, all’origine, addirittura di Lutero. Lo scisma protestante, per impedire o limitare il culto cattolico per i santi, provò a togliere privilegi eccessivi al santo “mediterraneo” attribuendo la facoltà di doni a Gesù bambino. Dalla singolare competizione emergerà, vittorioso, il San Nicola “natalizio”: ma ormai tramutato, se si vuole snaturato, in Santa Claus. Che non è dunque una invenzione mediatica della Coca Cola o comunque dell’imperialismo “americano”. La contaminazione ha avuto origini nell’Europa cristiana, da incontri con altre figure delle leggende nordiche.

Vedere le ottocentesche xilografie a colori di Carl August Reinhardt sulle “storie di Penzmartel”, personaggio già ingoffito al modo che adombra il futuro Santa Claus. Analogo, ma con una storia autonoma, è Ded Moroz, il “Papà Gelo” russo (documentato da moderne illustrazioni per racconti e da statuine). Peraltro anche lui minacciato di estinzione. A Santa Claus dunque è inevitabile tornare. La questione non può esaurirsi nella furba esibizione di una grande firma per dimostrare che anche l’arte contemporanea si è occupata, di raffe, di San Nicola.

Intanto, a volersi attenere ai nomi da arte “alta”, Warhol non sarebbe il solo da esporre. Al bookshop del Moma di New York forse ancora vendono la serie di cartoline natalizie con le riproduzioni dei Santa Claus disegnati in acquerello da Jim Dine, grande esponente del New Dada americano, nel 1962: cioè venti anni prima di Warhol. A Bari c’è invece la famosa xilografia di Thomas Nast (disegnatore, guarda un po’, di origine tedesca) che nel 1881 impose sull’ “Harper’s Weekly Magazine”, un “San Nicola” con barba bianca, lunga pipa, pelliccione, che imbraccia giocattoli e bambole.

È il prototipo riconosciuto del Santa Claus mondano che sarà lanciato, nell’attuale addobbo, dalla Coca Cola nel 1931 a fini di pubblicità. Ma c’è un passaggio importante anche per la storia della comunicazione visiva, che la mostra stranamente omette: il colossale Santa Claus disegnato nel 1927 da Norman Rockwell, grande illustratore americano – diciamo pure “artista” – per la copertina a colori del diffusissimo magazine popolare “Saturday Evening Post”.

Si capisce così meglio il Santa Claus di Warhol. Fa parte della serie dei dieci “Myths” realizzati nel 1981, con Topolino, superman, Dracula, eccetera. Tutti personaggi da film, fumetti, tv. Non è arbitrario che nella lista sia inclusa l’ultima metamorfosi di San Nicola. Il padre dell’arte “popular” ci avverte che gli eroi, i santi, i divi del nuovo immaginario di massa altro non sono che simulacri. La realtà stessa è vanitas. L’ultimo personaggio, “The Shadow”, l’ombra, è il profilo dell’artista che si proietta nel vuoto. È un “autoritratto”. Non che lui, Andy, si promuova a mito: è che tutto per lui è mito, come tutto è macchina, e tutto è morte. È la sequenza logica in cui egli si riconosce, è il suo percorso lucidissimo, sotto la superficie di ostentato, cinico glamour.

A suo modo – ha osservato un critico americano – Warhol (originario della cattolica Polonia) era religioso. Solo che “credeva nel Natale americano proprio come credeva in Elvis (Presley) e in Marylin (Monroe)”. Nella società del consumo, il Natale non può che celebrare un “Santo da negozio” (anche la “Gold Marylin del 1962 fu concepita a mò di icona).

Tesi dissacrante? Direi che il Santa Claus di Warhol esercita la funzione che l’arte contemporanea si è assunta: far pensare, inquietare, piuttosto che rassicurare e consolare. Molto più dissacrante può essere la sbrigativa durezza teutonica con la quale Peter Dinzelbacher conclude, nel prezioso catalogo Skira, il suo saggio sul culto di San Nicola “ a nord delle Alpi”: “Oggi, anche per i cattolici, nel migliore dei casi San Nicola è solo un personaggio del folklore, e ormai lo si invoca e gli si rivolgono preghiere solo nell’Italia meridionale o se si è ortodossi”. Ecco, se una analisi va fatta su che cosa in questa bella mostra non va, da qui sarebbe utile partire.


Tra i “Myths” americani con polvere di diamante

Il senso del “Santa Claus” di Andy

Il Santa Claus di Andy Warhol fa parte di “Myths”, portfolio di multipli da lui realizzato nel 1981 per la Ronald Feldman Fine Arts, famosa galleria-casa editrice di New York che ha curato molte delle sue celebrate serie grafiche e ne detiene il copyright. I dieci “miti americani” sono, nell’ordine in cui appaiono tutti insieme, in una serie di serigrafie su tela, ossessivamente ripetuti ciascuno per dieci volte lungo bande verticali di diverso colore: Superman, Santa Claus, Howdy Doody, The Star, Mickey Mouse, uncle Sam, Mammy, Dracula, Wickle Witch, the Shadow.

Le immagini furono desunte o dai fumetti relativi, o da foto da film (Greta Garbo per la star) oppure da foto polaroid scattate dallo stesso Warhol a persone opportunamente acconciate. La più nota è Margaret Mitchell, l’attrice che aveva interpretato proprio Wickle Witch, “la strega del West” nel film “il mago di Oz”. Santa Claus fu impersonato da un certo John Viaggiano, italo-americano di evidente radice meridionale, anzi lucana (i Viggiano di America sono tantissimi), con costumi e trucco di Jac Colello, altro nome di sentore addirittura barese.

La foto fu tradotta dall’artista in disegno, poi ingrandito in proiezione e passato in colori serigrafici su tela o carta. Di Santa Claus, come di tutti i personaggi dei “Myths”, sono stati prodotti inizialmente dalla Feldman “ritratti” isolati, in due serie numerate e firmate di 250 copie circa l’una, di diversa dimensione quadrata (101 cm. e 254 cm) e con alcune varianti tecniche. L’esemplare esposto a Bari è una tela della serie di maggiore dimensione, in acrilico e smalto serigrafato con aggiunta di polvere di diamante. Il disegno originale in bianco e nero è stato venduto di recente dalla Andy Warhol Foundation. Sconosciuto l’acquirente e il prezzo.